“Eroe è colui che è pronto a sacrificare sé stesso per un bene comune.” [1]
Introduzione
Indubbiamente Superman di Richard Donner (1978) è un capolavoro cinematografico, ma è solo un film o è qualcosa di più? La domanda è ovviamente retorica, ed io, essendo stato bambino negli anni ‘80, non posso nascondere di esserne stato totalmente affascinato. Ma quanto è profondo il significato archetipico contenuto in una pellicola del genere? Forse perché è basato su un fumetto degli anni ‘30, periodo fra due guerre in cui l’umanità ha fatto i conti con avvenimenti estremi che hanno tirato fuori da essa grandi esempi di malvagità e financo di patriottismo ed eroismo? Forse perché si arrivava da un momento storico in cui le religioni conoscevano un lento declino e ad esse si sostituiva, in un certo senso, un’attribuzione psicologica dei processi emotivi e mentali che animano l’agire umano? Di certo, le analogie con archetipi antichi e imperituri abbondano quando ci si addentra nella disamina di questa opera d’arte a tutti gli effetti.
Il mito di Eracle
I miti greci sono qualcosa di unico. Ho sempre avuto la personale sensazione che l’ufficialità intenda proporci i miti e le tragedie greche come qualcosa di profondamente coinvolgente e straordinario perché quasi inconsciamente, intuitivamente, gli autori greci siano riusciti a infondere in essi tutti i movimenti emotivi e psicologici umani. Questo atteggiamento deriva dalla visione panglossiana attuale originata da quella scienza strumentalizzata di fine ottocento e che si rivela ancora ben radicata negli uomini del nostro tempo. Invece penso sia proprio il contrario, la narrazione è da rovesciare: gli antichi conoscevano e padroneggiavano bene la psicologia e l’archetipo e sono riusciti a proporli su più livelli tramite queste straordinarie storie. Eracle o Ercole per i romani non fa eccezione, e tra i miti riguardanti l’eroe, esso ne è il più grande e significativo. Questa all’incirca la trama: i Teleboi (abitanti dell’isola di Teleboa) mandati da Pterelao, capo dei Tafi, un popolo di pirati [2], avevano assassinato la bellezza di sette fratelli alla principessa Alcmena di Micene. Ella decise allora di concedersi in sposa al re Anfitrione di Tebe, ritenuto un uomo corretto e saggio, purché egli accettasse di vendicare il torto uccidendo Pterelao. Questi assentì e mosse guerra agli assassini per arrivare finalmente al loro capo, il quale però si rivelò particolarmente difficile da sconfiggere poiché dotato di un copricapo magico in grado di renderlo invincibile in battaglia. Con molta fatica e con qualche stratagemma tuttavia, il re Anfitrione riuscì nell’intento e poté finalmente mettersi in viaggio per fare ritorno a casa e consumare il matrimonio con la sua sposa. Ma, nel frattempo, Zeus, il re degli dèi, deciso ad avere un figlio da una mortale, aveva scelto proprio la principessa e futura regina Alcmene come madre del suo futuro discendente semidio e, nonostante ella fosse talmente fedele alla promessa fatta da rifiutare addirittura il capo degli déi, questi con un inganno, riuscì ugualmente a giacere con lei. Probabilmente Zeus rimase colpito proprio dalla caparbia fedeltà di questa fanciulla o semplicemente non accettava di darsi per vinto, fatto stà che se ne invaghì follemente e una notte, prese le sembianze di Anfitrione, si presentò in camera da letto raccontando di essere appena tornato vittorioso dalla disputa contro Pterelao, avendo così onorato il suo patto, giacque con lei tutta la notte che fece durare per ben tre giorni poiché aveva appreso della vittoria di Anfitrione e prese provvedimenti (la divinità per assicurarsi di avere tutto il tempo necessario per mettere in atto il suo piano, staccò i cavalli dal carro di Apollo che trainava il Sole perciò non fu giorno se non dopo tre dì). Poco dopo tornò anche il vero Anfitrione desideroso, naturalmente, di unirsi alla sua sposa, ma quando raccontò le sue peripezie conclusesi con l’uccisione del nemico, dimostrando così di aver mantenuto la sua premessa, apprese con stupore di essere stato in qualche modo raggirato, poiché la regina confusa, giurava di aver già consumato la prima notte di matrimonio col suo sposo appena il giorno prima e di avere già ascoltato integralmente il racconto delle sue gesta (in alcuni racconti ella conserva già una copia della coppa datale dal finto marito e appartenente a Pterelao, che Anfitrione intendeva donarle come prova del suo successo). Più tardi l’indovino Tiresia, li mise al corrente del sotterfugio di Zeus, ma il marito (secondo alcune fonti, dando conferma alla sua reputazione di uomo onesto, si dimostrò saggio e non ebbe a dubitare della fedeltà della moglie) accettò il fatto e non portò alcun rancore verso la sua compagna. C’è anche da dire che mettersi contro il dio supremo è cosa da folli. Comunque sia, da queste unioni nacquero ben due fratelli: Eracle, il figlio desiderato da Zeus, e Ificle, l’infante venuto dal seme del re mortale. Eracle era anche chiamato Triselenos ossia ‘figlio della triplice luna’ poiché durante il giorno durato tre notti, anche la luna era stata fermata in cielo. La famiglia del re tebano comunque, non ebbe vita facile poiché il re dell’Olimpo, pieno di sé come sempre, all’indomani del parto, prese a vantarsi con le altre divinità olimpiche sul suo nuovo pargolo frutto dell’amore contratto con una splendida fanciulla mortale, ma fu udito dalla legittima moglie Era (il nome Eracle fu dato al bambino per ingraziarsi proprio la primadonna del Cielo poiché, una volta che la coppia reale ebbe compreso quello che era accaduto e che il protagonista della vicenda era proprio il dio Zeus, capirono immediatamente che sarebbero stati oggetto dell’ira della signora dell’Olimpo). La divinità mandò quindi la dea Ilizia ad ostacolare il parto: quest’ultima, con il suo potere, incrociando braccia e gambe impediva la nascita dei due fanciulli causando grave pericolo per l’incolumità di madre e figli, ma una leale ancella della regina venne in loro aiuto distraendo la sopracitata dea del parto che mosse gli arti dalla loro posizione lasciando così venire liberamente alla luce i due nascituri. Eracle iniziò a dar prova della sua forza fisica e delle sue abilità sin da giovanissimo, tanto da uccidere due serpenti inviati dalla vendicativa Era, ad ammazzare il bambino nel suo lettino. Le ripicche di Era verso il marito, compiute ai danni del figlioletto che Zeus aveva avuto da una relazione extraconiugale, iniziarono, per la verità, ancora prima della sua nascita: il giorno prima, ad esempio, mentre il capo degli dei annunciava, come si è detto, al consesso delle divinità che il giorno dopo sarebbe divenuto padre di un discendente straordinariamente forte, destinato a diventare per diritto il re degli Argivi, la solerte dea primadonna dell’Olimpo inviò ancora la fidata Ilizia a far nascere prematuramente Euristeo, il figlio di Nicippe, un discendente di Perseo e per questo, legittimo re di quel popolo. Questo naturalmente fece infuriare il re degli dèi, il quale minacciò addirittura di ripudiare la moglie, ma grazie alla solite doti eccelse di mediatore di Ermes, poi il Mercurio dei romani protettore dei commercianti e dei viaggiatori, Zeus venne a patti ottenendo che Eracle divenisse comunque un Dio se avesse superato dodici prove o ‘fatiche’. In altre tradizioni, le dodici fatiche sono compiute dall’eroe per redimersi da una misfatta compiuta ai danni di fratelli e nipoti, ma causata sempre dalla solita gelosia di Era che avrebbe ottenebrato la sua mente e per questo Eracle non sarebbe stato in grado di dosare la sua portentosa forza e fermarsi in tempo. Un’altra versione vuole l’eroe impegnato nelle dodici fatiche per desiderio di Euristeo, suo re per procura, il quale avrebbe disposto delle sue capacità a proprio piacimento e diletto. Un altro aneddoto importante riguarda la vita del semidio infante: Anfitrione e Alcmena, una volta resosi conto dell’intrigo nel quale erano finiti dentro, temendo le ire della moglie del re dell’Olimpo, decisero di abbandonare il pargolo in un campo fuori delle mura di Tebe. Fu la stessa dea, in compagnia di Atena a trovarlo e, presa da un impulso di tenerezza materna, a voler addirittura allattarlo, ma il fanciullo, dotato già di forza sovrumana, la morse con energia ed ella lo allontanò improvvisamente dal seno causando uno spruzzo di latte che giunse fino al cielo dando origine alla Via Lattea.

Fig. 1 Statua di Ercole a Firenze. [3]
Nel film d’animazione “Hercules” della Disney, l’eroe è legittimamente figlio di Zeus ed Era e viene allontanato dall’Olimpo per opera del fratello geloso, Ade. Viene però trovato da Anfitrione e Alcmena, che in questa narrazione sono due contadini, e cresciuto da loro come un figlio. Ma, di lì a poco, egli si rivelerà non essere un bambino normale, bensì un fanciullo dotato di prestanza fisica e abilità eccezionali, anche se ritenuto goffo e pericoloso per non essere ancora capace di dosare le sue forze adeguatamente. In questa pellicola, Hercules è evitato e ritenuto reietto a causa della sua maldestria e della sua incapacità di controllarsi, ma un giorno, quando entra nel tempio di Zeus, la statua della divinità si anima, informandolo di essere figlio del re dell’Olimpo e spingendolo ad andare da Filottete, il satiro addestratore di campioni ed eroi. Il semidio si allena e diventa sempre più abile e forte, iniziando a compiere prodezze e salvataggi che lo portano sulla strada della redenzione, ma non è ancora abbastanza per venire ritenuto un vero eroe. Durante le sue peripezie conosce anche la fanciulla Megara, qui rappresentata come il vero amore, la sua anima gemella. Ma Ade, il geloso fratello di Zeus, vede in questo rapporto proprio il punto debole di Hercules e la rapisce proponendogli un patto: la liberazione della ragazza illesa se l’eroe avesse rinunciato alla sua forza per un giorno. Hercules accetta per amore, ma è a questo punto che Ade attua il suo piano liberando i Titani alla conquista dell’Olimpo e mandando un ciclope ad ucciderlo. Nel frattempo Megara si libera e tenta di andare ad aiutare il giovane ma mentre fa questo rimane ferita: tale fatto causa automaticamente la rottura del patto con conseguente recupero dei poteri da parte del semidio. Questi uccide il ciclope e libera l’Olimpo dai Titani; tuttavia la sua amata morì prima del suo ritorno, scendendo negli inferi di Ade dove questa volta sarebbe rimasta prigioniera per sempre. Hercules si reca quindi nel regno dei morti e offre al dio degli inferi la propria vita in cambio di quella dell’amata, ma questo sacrificio estremo fa di lui un vero eroe e lo consacra a divinità Olimpica: Zeus ed Era lo accolgono sul sacro monte come un figlio, anche se lui decide poi di passare il resto della vita sulla terra con Megara. In verità, nei frammenti giunti dall’antichità greca, Megara è la madre dei figli che egli ucciderà in un impeto di follia (anche se causato dalla Gelosa Era) e non è nemmeno l’unica donna da lui posseduta, nei racconti greci è spesso descritto come un donnaiolo dedito pure a eccessi di ogni tipo. Le fatiche, in una di queste versioni, sono suggerite dalla Pizia dell’Oracolo di Delfi dove l’eroe si sarebbe recato per chiedere consiglio su come poter redimersi dal crudele assassinio dei propri figli appunto. Grazie alle dodici prove o fatiche, Eracle divenne l’eroe più leggendario e famoso di tutta la Grecia.

Fig. 2 Scena dal film di animazione ‘Hercules’ della Disney. [4]
Le dodici prove o fatiche possono essere interpretate anche come un cammino iniziatico, le ultime tre riguardano l’affronto della morte.
- Uccidere l’invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo;
- Uccidere l’immortale idra di Lerna;
- Catturare la cerva di Cerinea;
- Catturare il cinghiale di Erimanto;
- Ripulire in un giorno le stalle di Augia;
- Disperdere gli uccelli del lago Stinfalo;
- Catturare il toro di Creta;
- Rubare le cavalle di Diomede;
- Impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni;
- Rubare i buoi di Gerione;
- Rubare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi;
- Portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene. [5]
L’archetipo dell’eroe: Ercole e Superman
Naturalmente la psicologia di inizio secolo scorso, quella di Freud e Jung, non ha potuto fare a meno di occuparsi della figura dell’eroe così radicata e celebrata nei miti di ogni epoca e, lo ribadiamo, in modo straordinario e unico nella tradizione classica. L’eroe è un essere con un’anima tormentata, sa di essere in qualche modo prescelto, ma anche oppresso da questo dono che ritiene spesso una maledizione poiché causa di allontanamento da parte dei suoi simili, è sovente incompreso, reietto (contrasto con il padre, impossibilità di amare totalmente la madre, complesso di Edipo, per la donna viceversa, allontanamento dai genitori). Deve in qualche modo redimersi, quasi sempre per situazioni di cui non ha nemmeno colpa ed è chiamato a superare singolari prove o al sacrificio. Talvolta non può vivere serenamente gli affetti perché nei suoi confronti, è quasi sempre stato privato degli affetti primari del padre ad esempio o dei suoi genitori e così via. Questi processi psicologici ci riguardano: tutti abbiamo vissuto o percepito e viviamo continuamente situazioni di questo genere che modellano il nostro carattere e richiedono il superamento delle prove della vita tra successi e fallimenti affinché la nostra personalità sia completamente sviluppata. Il mito dell’eroe allora appare come il prototipo di questo processo umano di sviluppo della personalità, portato all’estremo. Il personaggio Superman della Marvel contiene tutti questi aspetti ed è l’analogia moderna più diretta e calzante che abbiamo a disposizione: è nato da un essere soprannaturale agli occhi dei mortali, non è di questo mondo, viene dal cielo, è prescelto e non è come gli altri, ma deve fare affidamento a dei genitori che non sono i suoi, quindi non sono quelli ‘ideali’, il suo ‘dono’ si manifesta da subito, ma fa di lui un incompreso, affronta varie prove sempre più impegnative, conosce il fallimento che è quasi sempre a carico di quegli affetti a cui tiene di più, è solo, è chiamato al sacrificio, è la salvezza del genere umano, ha una causa superiore. Vorremmo spingerci ancora più in là: l’archetipo dell’eroe è anche un insegnamento tra i più alti di cui disponiamo. Anche Gesù il Cristo è figlio di un essere soprannaturale, anzi di più è Dio stesso, generato non creato, si incarna grazie allo Spirito santo nel seno di una Vergine, è presso genitori che si possono definire ‘adottivi’, manifesta il suo dono precocemente, all’età di dodici anni supera per sapienza e moralità i sacerdoti del tempio, le massime autorità dei suoi tempi, questo gli causa l’allontanamento, viene visto come un sovversivo. Deve affrontare delle prove, viene tentato nel deserto dove si reca per quaranta giorni a meditare sulla ‘chiamata’ del Padre al sacrificio per il bene più alto: la salvezza dell’umanità.

Fig. 3 Scena tratta dalla pellicola ‘Superman’. [6]
Conclusione
Che siano miti greci o di qualsiasi altra cultura, che siano miti antichi o moderni come i supereroi della Marvel; come sempre bollare come ‘storielle’ queste opere capaci di comunicare principi etici e morali così alti è pura ipocrisia. E’ qusto il vero motivo per cui rimarranno intramontabili e saranno oggetto di un continuo ritorno, magari in forme adattate di volta in volta ai tempi, ma sempre efficaci nell’attivare quel senso di esempio in positivo da imitare ed anelare, se pur nel nostro piccolo, relativamente alla nostra personale esperienza di vita. Un altro concetto molto affine all’archetipo dell’eroe è, a nostro avviso, quello del Bodhisattva. Nella filosofia buddhista [7], si designa con tale concetto l’individuo giunto all’illuminazione, quindi destinato al Nirvana, eppure, tuttavia pronto a rinunciarvi per tornare ad incarnarsi con la missione di aiutare le anime ancora in dietro nel cammino del risveglio spirituale. Se Gesù fosse da considerarsi solo un grande profeta o un individuo molto evoluto come molte tradizioni e religioni dicono e soprattutto commettendo una grossa forzatura contraddicendo la teologia cristiana in quanto Cristo è allo stesso tempo uomo e dio, è parte della Trinità, egli potrebbe tuttavia essere considerato il più grande Bodhisattva o se preferite, l’eroe fra gli eroi, in quanto si incarna tra i poveri e gli umili per redimere il mondo intero e ‘cancellare i peccati del mondo’.
Chiarendo di non aver intenzione di essere blasfemo, ma anzi, cercando di esaltare comunque il grande messaggio di sapienza contenuto nella religione cristiana, colgo l’occasione per augurare a tutti un Felice Natale 2024 ormai alle porte.
F.D.
[1] https://psicoadvisor.com/larchetipo-delleroe-e-i-12-archetipi-di-jung-21154.html
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Tafi
[3] https://ih0.redbubble.net/image.9800331.1948/flat,1000×1000,075,f.u1.jpg
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Dodici_fatiche_di_Eracle#Le_fatiche
[6] https://cdn.britannica.com/59/182859-050-AB2875BA/Christopher-Reeve-Superman.jpg
In.Forma.Zione
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