La salute è un diritto o un dovere? Come abbiamo acconsentito all’espropriazione.

Introduzione

“”Malattia” che fa bene perché ristora e perfeziona la vita, esattamente come la vecchiaia, alterazione biologica irreversibile, dolce degenerazione di ogni organo e tessuto, patologia finale senza cui l’essere umano non può personalizzarsi, abbandonarsi del tutto al suo originale destino, arricchirsi al massimo concesso.”[1]

E’ doveroso fare una premessa a questo articolo e da ritenersi valida anche per quelli a venire: le tematiche e le informazioni in campo medico date in questo sito/blog non sono da considerarsi in alcun caso un Consulto Medico e non sostituiscono in alcun modo una consulenza del proprio Medico curante o di fiducia o di qualsiasi altro specialista in medicina relativamente al proprio stato di salute personale o di terzi dipendenti e sotto tutela. Tutte le notizie e le informazioni presentate sono puramente a scopo di discussione e basate sull’esperienza personale del redattore, non possono in alcun modo ritenersi determinanti o esaustive ed anzi lo scrittore stesso non si sente obbligato di documentare con precisa ed abbondante bibliografia le proprie osservazioni in materia di salute, poiché non sono esse l’argomento centrale delle nostre tematiche, ma anzi rappresentano solo l’esposizione di pensieri secondari affini o legati in qualche modo alla trattazione oggetto di discussione in quel momento. Il lettore – navigando e consultando questo sito – è consapevole ed è stato informato.

Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

L’estate scorsa, ad una festa, assisto alla conversazione tra due amici che non conosco direttamente. Uno dei due, un omone grande e grosso, confida di prendere giornalmente ben 14 pillole, il suo interlocutore, poverino perde la sfida: ne prende solo 8. <<Ne prendo alcune per l’ipertensione, alcune per il diabete>> dice l’omone, <<ah! Gli ansiolitici… non ti dico… anni fa, guardando un film romantico inizio a piangere a dirotto… ho preso una di quelle depressioni!>> Questa ultima frase mi colpisce in modo particolare e ispira questo post. Ma che vuol dire “ho preso la depressione”? C’è forse il bacillo o il virus degli stati d’animo, degli stress mentali? Che i sentimenti siano contagiosi, ok, forse non è del tutto assurdo, ma comunque, in ogni caso, per quanto chi scrive abbia una preparazione limitata in tale materia, non gli risulta la presenza in letteratura ufficiale di dati oggettivi in merito, quindi (a meno che non si voglia sconfinare nel campo delle scienze “non convenzionali” tanto care a chi scrive) semmai si può parlare al massimo di “contagio psichico” nel senso di suggestione. Stiamo cercando, nell’apparente insignificante affermazione fatta dall’omone durante un dialogo sul più e meno, un’inezia riguardo all’idea che abbiamo di salute e malattia, oppure è proprio questo il punto centrale della cultura odierna sul quale si innesta splendidamente un fenomeno come quello della pandemia attuale, dove il mondo intero che dovrebbe avere per centro l’uomo, anzi di più, l’umanità, l’essere più evoluto della “creazione”, è invece diventato succube suo malgrado della paura della sofferenza e della morte? Dove si è inceppato il meccanismo?

Sappiamo cos’è la malattia? 

Secondo l’ortodossia scientifica, le teorie più accreditate in merito alla storia della medicina, fanno coincidere la nascita di questa scienza o questa arte – secondo il nostro punto di vista sarebbe più consono definirla col secondo termine, poi diremo perché – dall’interesse che avrebbero naturalmente provato gli uomini primitivi per l’anatomia animale, essendo questa un fattore certamente collaterale alla caccia ed al bisogno di lavorare e conservare il cibo. 

Ogni antica civiltà avrebbe poi sviluppato le proprie teorie in materia medica a seconda del rispettivo codice di credenze religiose o tradizioni folkloristiche. Quasi certamente gli antichi Egizi vantano i trattati medici più antichi di tutti, risalenti addirittura al 2600 a.C.[2] anche se la materia scientifica non è ben definibile a fronte dell’orientamento spirituale e religioso di tali testi. Caratteristica peculiare a quasi tutte le medicine antiche. Tuttavia il papiro Ebres ed il papiro Edwin-Smith parlano già di fisiologia ed anatomia. [3] A Creta sono state ritrovate condutture di acqua potabile e scoli per le acque piovane nonché fognature risalenti all’occupazione minoica: questo è un dettaglio importante in quanto possiamo attribuire un notevole livello di igiene a questa cultura ed una coscienza elevata rispetto alla prevenzione delle malattie. [4]  Arriviamo quindi a Ippocrate e Galeno, i padri della medicina dei quali ognuno di noi bene o male, ha già sentito parlare.  Anche per Ippocrate, l’ufficialità scientifica riconosce una grande importanza alla sua figura soprattutto per il fatto di essere stato fra i primi medici ad avere un approccio scientifico tentando di discernere quella parte di superstizione o magia dalle reali osservazioni e l’uso della ragione nell’utilizzo dei medicamenti e gli approcci terapeutici nella cura del paziente. “Secondo il romano Aulo Cornelio Celso, scienziato enciclopedico e grandissimo scrittore, […] Ippòcrate avrebbe per primo separato la medicina dalla filosofia (il che pare vada interpretato nel senso che Ippòcrate per primo tentò di fondare la scienza medica sull’esperienza anzichè sui principi universali di natura esclusivamente razionale). In altre parole, sarebbe stato il primo ad usare la ragione per valutare i dati tratti dall’esperienza, strappando in tal modo la medicina dalle astratte vie della speculazione filosofica e trasferendola decisamente sul piano dell’osservazione sperimentale.”. [5] Per quanto riguarda Galeno, egli rappresenterebbe un po’ la sintesi dell’antico sapere fino ai suoi giorni. Egli divenne famoso e richiestissimo per le sue conoscenze e fu anche il medico dell’imperatore Marco Aurelio. L’approccio di Galeno alla medicina sembra proprio essere stato pari a quello di un medico moderno: egli si occupava di anatomia e di terapia sia con metodi chirurgici che farmacologici. [6] A Galeno si ispirarono molto i suoi successori. L’occidente, di fatti, a causa dell’atteggiamento dovuto al Cristianesimo, rimase per molti secoli fermo sui concetti e le teorie di Ippocrate e soprattutto, durante il Medioevo, di Galeno appunto. In particolar modo, a lui si rifacevano i religiosi e i dotti fino all’avvento dell’umanesimo, poi la svolta con le prime dissezioni di cadaveri e i primi trattati di anatomia soprattutto per opera di studiosi dell’università patavina e l’ateneo bolognese, come Andrea Vesalio, Harvey e Giovan Battista Morgagni. In particolare il Morgagni iniziò a collegare il sintomo alla disfunzione di un organo preciso creando il concetto di malattia moderno. Secondo l’opinione modesta di chi scrive, anticipò e diede anche forte impulso allo sviluppo del positivismo settecentesco e ottocentesco. E riteniamo sia proprio qui il punto cardine di tutta la faccenda. Compreso questo, possiamo uscire dalla mentalità imperante e gettare nuovi presupposti per capovolgere la visione della malattia e della sua cura. Infatti non siamo solo noi a pensarla così, c’è una nutrita schiera di pensatori dal curriculum solido a dare man forte a queste idee. Qui ci rifacciamo ad un saggio del filosofo contemporaneo Ivano Spano per i molti significativi spunti di riflessione da egli posti in evidenza. Sociologo, ha insegnato Psicologia e una sfilza di altre materie scientifiche, è stato consulente del Ministero della Sanità, ha diretto l’istituto RIZA di Milano -fondato da Raffaele Morelli- di Psicosomatica [7], saggista, conferenziere etc… [8] Ah come ragiona Spano! Nel libro “Per un’ecologia della medicina”, oltre ad essere d’accordo con noi nel ritenere il Medio Evo un periodo di stasi per questa scienza [9], secondo le sue argomentazioni, sostiene che il primo umanesimo (1300-1400 circa) si è occupato più dell’anima rispetto al corpo e la maggiore preoccupazione degli studiosi in quel periodo fu di sviluppare più la logica che l’apprendimento pratico. [10] In realtà, prima dell’avvento della scienza medica moderna, non è che non ci si curasse, la popolazione aveva sicuramente un proprio punto di vista verso salute e malattia, frutto di conoscenze e credenze legate certamente alla superstizione ed alla cultura tradizionale pagana, sorta e maturata prettamente attraverso la contemplazione dell’ambiente, l’esperienza della vita rurale quotidiana, nonché grazie ad una capacità intuitiva ed ad una abilità empirica poi passate in secondo piano quando fu innalzato il nuovo monumento alla scienza. In questo contesto, il ruolo di guaritori era affidato alle donne, infatti la saggia signora anziana, spesso in vesti consunte, diverrà il prototipo della strega. Il guaio è che questi stereotipi e questi sentimenti furono indotti ed alimentati ad hoc. Dice Ivano Spano: “Alla fine del XIV secolo il monopolio della medicina è quasi tutto nelle mani dei medici professionisti. L’eliminazione della grande massa delle streghe guaritrici avviene con l’alleanza tra Chiesa, Stato e professione medica.” [11] Avvennero quindi i fatti di cui abbiamo chiara conoscenza storica, e non solo perché la donna era tentatrice, nelle immagini di donna avvenente e seducente, ma soprattutto perché… curava! Le guaritrici nella figura della strega come forma originale, furono le prime ad usare le erbe [12], si occupavano di pratica empirica della medicina e usavano… le mani per trattare le malattie! Erano loro che attuavano la medicina pratica. “Paracelso nell’anno 1527, dando fuoco al suo libro di farmacologia, sconfessò la medicina accademica, asserendo che tutto ciò che egli sapeva lo aveva imparato dalle streghe.” [13] D’altro canto questo è perfettamente ovvio. Abbiamo parlato, nel nostro articolo “La vera natura dell’uomo è duale”, di come l’universo per esistere materialmente debba essere permeato da due forze: yin e yang, femminile e maschile. E’ la forza femminile che fornisce il terreno per accoglie, far crescere, si prende cura, quindi è naturale che il compito di prendersi cura e guarire fosse affidato alle donne. Questo è  probabilmente il vero motivo di un attacco così feroce da parte della Chiesa verso il gentil sesso: bisognava togliere ad esso il potere sulla vita e la morte, affinché il potere ecclesiastico, temporale o dell’élite scientifica non avesse più rivali. Inoltre sarebbe interessante un ulteriore approfondimento, ad opera magari di qualificati filologi e studiosi di sanscrito o orientalisti, di questo passo preso dall’opera “Iside Svelata” della controversa autrice fondatrice della Teosofia, Madame Helena Petrovna Blavatsky, dove si legge: “Le parole witch (strega) e wizard (mago), secondo il dott. More, non significano altro che una donna e un uomo sapienti (wise). Nella parola wizard è chiaro a prima vista; e <<la più semplice e facile derivazione della parola witch è da wit (spirito), da cui potrebbe derivare l’aggettivo witting o wittich, e poi, per contrazione, witch; così come il sostantivo wit deriva dal verbo weet, conoscere. Una strega, dunque, non è altro che una donna che conosce; cosa che risponde esattamente al latino saga. secondo l’espressione di Festo: sagae dictae anus quae multa sciunt.>> (sono dette sagae le vecchie che sanno molte cose). La definizione ci appare tanto più plausibile in quanto corrisponde esattamente alle parole russo-slave per strega e mago. La prima è detta vyedema e il secondo vyèdmak, entrambi dal verbo <<conoscere>>, vèdat o vyèdat; la radice, inoltre, è certamente sanscrita. <<Veda,>> dice Max Müller, nella sua Lecture on the Vedas (Conferenza sui Veda), <<significa originariamente conoscere o conoscenza. Veda è la stessa parola che appare nel greco οἶδα [14], io conosco (essendo caduto il digamma vau) e nell’inglese wise (saggio), wisdom (saggezza), to wit (sapere).>> Inoltre la parola sanscrita vidma, corrisponde al tedesco wir Wissen, significa letteralmente <<noi conosciamo>>.” [15] Accidenti! Questo capovolgerebbe proprio il significato che dal Medioevo ad oggi le guaritrici di campagna, gli stregoni o le streghe hanno assunto.  Il risultato quindi della eliminazione della concorrenza fornita delle streghe e dai guaritori che agivano grazie ad un sapere empirico ed intuitivo, nonché con le peculiarità di un atteggiamento femminile/istintivo, è appunto il nascere delle scienze basate sul positivismo e la ragione, sul materialismo e sul determinismo (forza maschile) pertanto il cambiamento di punto di vista si consolida con gli studi sull’anatomia, la materia fisica di cui è fatto l’uomo, questo portò, come dice ancora Spano, anche all’eliminazione della filosofia e alla ‘distruzione della scienza’ di pari passo con la ‘disintegrazione dei corpi’ [16]; l’oggetto della clinica diviene la malattia e non più il malato e quindi l’uomo viene quasi, ad eccezione della psicologia, nella quale alcuni autori hanno ancora il coraggio di parlare di spirito in relazione alle manifestazioni interiori dell’individuo, ad essere trattato alla stregua di un pezzo di carne: “il malato deve poter essere ridotto ad una immagine, a qualcosa di convenzionale, a una entità astratta. La malattia è questa entità astratta e fittizia. Il medico, la scienza medica, la clinica, trasformano il malato in malattia, oggettivamente. Il medico si limita al suo ruolo arbitrale, sul malato: nominandolo come malattia lo cancella come individuo. Dunque egli non giudica oggettivamente ciò che è ma, al contrario, ciò che appare, una manifestazione dell’essere e non l’essere.” [17] Ed ecco: questo è il percorso che ha portato, come suggerisce il filosofo Ivan Illich, all’espropriazione della salute. [18]  

Fig. 1 – Giovan Battista Morgagni [19] 

Sanità mondiale o iatrogenesi sociale?

“Finché la malattia è qualcosa che s’impossessa degli uomini, qualcosa che questi <<prendono>> o da cui sono <<colti>>, le vittime di questo processo naturale possono essere esentate da ogni responsabilità per la loro condizione.”  [20]

La tesi sostenuta in questo articolo mette perciò al vaglio la possibilità che concentrarsi sull’aspetto materiale della malattia, nonché sui sintomi puramente fisici ed esteriori, costituisca un approccio incompleto o addirittura fuorviante della medicina al problema. Dare la colpa a una ghiandola che, da un giorno all’altro, si è per caso messa a funzionare male, prendersela con delle cellule responsabili di essere improvvisamente impazzite o dire di aver “preso” un batterio o un virus, è togliere la responsabilità all’individuo, o peggio, alla società, della gestione del rapporto che hanno col mondo nonché con sé medesimi; significa trascurare e minimizzare deliberatamente la grande capacità di autoguarigione fondamentale per la persona nel processo di superamento della patologia, e il conseguente sviluppo del desiderio di medicalizzazione e di dipendenza da altri per la gestione del “funzionamento” del proprio corpo; è una concezione valida solo nell’ottica del pensiero ottocentesco e darwinista, adatto a giustificare un sistema industriale capitalistico e di concorrenza, dove, analogamente alla concezione di un universo disgregato in atomi che lottano l’uno contro l’altro per la propria esistenza invece di aver coscienza di far parte e dipendere da un’imprescindibile unità in continuo movimento e cambiamento, il  fine non è più raggiungere un meraviglioso equilibrio che è l’essenza della creazione, ma di sopravvivere avvalendosi anche della vessazione verso il prossimo se necessario, è una lotta spietata di me contro tutti nell’accaparrarsi le migliori risorse e, nel caso degli argomenti trattati in questa sede, delle migliori cure o dei più tecnologici approcci terapeutici, i quali, per inciso, spesso non sono di aiuto nell’abbrevvizione del cammino di guarigione o nell’allungare la vita, in quanto sollevano solo la coscienza del paziente dall’incapacità di far fronte al cambiamento che spesso il disagio fisico e psicologico richiedono. In questi termini Illich allora parla di iatrogenesi sociale. Questa la sua definizione: “Quando il danno medico alla salute individuale è prodotto da un modo di trasmissione sociopolitico, parlerò di <<iatrogenesi sociale>>, intendendo con questo termine tutte le menomazioni della salute dovute appunto a quei cambiamenti socio-economici che sono stati resi desiderabili, possibili o necessari dalla forma istituzionale assunta dalla cura della salute.” [21] In questo senso le istituzioni, la scuola e il sistema industriale sarebbero allora responsabili di aver leso la naturale capacità dell’individuo di attuare la propria guarigione nonché la spontanea propensione del gruppo/comunità a prendersi cura dei più deboli e infermi. Avrebbe inoltre reso marginale l’importanza da sempre considerata vitale per le antiche popolazioni, che detiene l’ambiente o il sistema ecologico in cui il gruppo è insediato. Quando c’è un’epidemia, ci si chiede quale può essere l’agente patogeno responsabile di essa, ma non ci si domanda perché questi ha fatto la sua comparsa, quale disequilibrio dell’ecosistema o del sistema sociale lo ha probabilmente attivato e che ruolo ha veramente questo agente nel contesto in cui è repentinamente scattata questa crisi sanitaria e sociale. Crisi probabilmente da interpretare come tentativo di modificazione o cambiamento delle condizioni esistenti per tornare all’equilibrio precedentemente spezzato, e in grado di produrre un adattamento a nuove condizioni con le quali si abbia nuovamente un’adeguata stabilità. Quando l’uomo si arroga infatti il diritto di sorvolare i sottili equilibri presenti nel proprio habitat o ecosistema o, altresì soffocare i sintomi esteriori e apparenti della crisi senza curarsi di comprendere la risposta verso il cambiamento dell’intero sistema, allora torniamo ancora a parlare delle tesi del già citato Spano, (Ecologia della Medicina) e di Illich che stiamo trattando in questo momento. La nemesi medica è proprio questo: una giustizia divina [22], un meccanismo dell’universo per mezzo del quale, quando l’uomo non ammette i limiti della propria natura ed ambisce a sottomettere l’ambiente o addirittura a sconfiggere l’invincibile morte, e lo fa ad ogni costo, anche ignorando le vessazioni verso il proprio prossimo o verso il pianeta che lo accoglie, non può che incorrere nella sofferenza e nell’annichilimento. La situazione di crisi, con questa mentalità imperante può essere allora strumentalizzata da chi detiene il potere per attuare i propri progetti elitari e oligarchici a discapito ed insaputa della collettività. “La <<crisi>> diventa così il pretesto di cui l’esecutivo si serve per accrescere il suo potere in rapporto inverso ai servizi che rende. Diventa altresì, in sempre nuove combinazioni (crisi dell’energia, crisi dell’autorità, crisi Est-Ovest), un tema inesauribile di ricerca lautamente finanziata, svolta da scienziati che sono pagati per dare alla <<crisi>> il contenuto scientifico che giustifica il finanziatore.” [23] Voglio concludere allora questo paragrafo con dei pensieri dello stesso Illich: opinione di chi scrive sono quanto mai attuali e lucidi anche se espressi pubblicamente negli anni ‘70 del secolo scorso:

“Quando una società si organizza in funzione di una caccia preventiva alle malattie, la diagnosi assume allora i caratteri di una epidemia. Questo supremo trionfo delle cultura terapeutica tramuta l’indipendenza della morale persona sana in una forma intollerabile di devianza. Alla lunga, l’attività principale di una simile società dai sistemi introvertiti porta alla produzione fantomatica di speranza di vita come merce. Identificando l’uomo statistico con gli uomini biologicamente unici, si crea una domanda insaziabile di risorse finite. L’individuo è subordinato alle superiori <<esigenze>> del tutto, le misure preventive diventano obbligatorie, e il diritto del paziente a negare il consenso alla propria cura si vanifica allorché il medico sostiene ch’egli deve sottoporsi alla diagnosi non potendo la società permettersi il peso d’interventi curativi che sarebbero ancora più costosi.” [24]

“Ormai il cittadino, finché non si prova che è sano, si presume che sia malato.” [25]

“A partire dagli anni ’60 il cittadino privo di uno status definito dal medico ha finito col costituire un’eccezione. Un presupposto fondamentale del controllo politico, oggi, sta nel condizionare gli individui a credere di aver bisogno di tale status nell’interesse della salute non soltanto propria ma anche altrui.” [26]

“Si è arrivati al punto che persone non malate si assoggettano a un’assistenza professionale nell’interesse della loro salute futura. Risultato: una società morbosa che chiede una medicalizzazione universale, e un’istituzione medica che attesta una universale morbosità. In una società morbosa, prevale l’idea che una cattiva salute definita e diagnosticata è infinitamente preferibile a qualunque altra etichetta negativa, o al non avere etichetta alcuna. È meglio che essere catalogati come devianti politici o criminali, meglio che come pigri, meglio che come assenti volontari dal lavoro. Sono sempre di più le persone che nel subcosciente sanno di essere stanche e di star male per le mansioni che svolgono e per la passività dei loro svaghi, ma vogliono che gli si mentisca e gli si dica che la malattia fisica le esonera da ogni responsabilità sociale e politica. Vogliono che il loro medico funga da avvocato e da prete. Come avvocato, il medico esime il paziente dai suoi doveri normali e gli permette di attingere ai fondi assicurativi che è stato costretto a costituire. Come prete, si fa suo complice nella creazione del mito secondo cui il paziente sarebbe soltanto una vittima innocente dei meccanismi biologici e non in disertore, pigro, avido o invidioso, di una lotta sociale la cui posta è il controllo degli strumenti di produzione.” [27]

“Il dolore diventa oggetto di controlli da parte del medico anziché occasione per chi soffre di vivere responsabilmente la propria esperienza.” [28]

Illich si esprime sulla legittimazione impropria delle malattie mentali. “Per risolvere questa crisi nella maniera sana l’epistemologia è molto più importante della biologia o della tecnologia medica. […] Ogni malattia è una realtà creata socialmente. Il suo significato e la risposta ch’essa ha suscitato hanno una storia. Lo studio di questa storia ci consentirà di capire sino a che punto siamo prigionieri dell’ideologia medica in mezzo alla quale siamo cresciuti. Numerosi autori hanno recentemente contestato lo status di <<malattia>> della devianza mentale.” Infatti, a proposito della genesi politica delle malattie questi autori: “contrappongono tutti l'<<irreale>> malattia mentale alla <<reale>> malattia fisica: secondo essi il linguaggio delle scienze naturali, che ora si applica a tutte le condizioni studiate dai medici, è invece valido solo per la malattia fisica.” [29]

“La diagnosi medica di entità morbose a sé stanti che prenderebbero forma nel corpo dell’individuo è un modo surrettizio e amorale di gettare la colpa sulla vittima. Il medico, che fa parte anche lui della classe dominante, stabilisce che è l’individuo a non sapersi adattare ad un ambiente costruito e amministrato da altri professionisti, anziché accusare i suoi colleghi di creare ambienti ai quali l’organismo umano non può adattarsi. […] In ogni società la classificazione della malattia (nosologia) rispecchia l’organizzazione sociale. Il male che la società produce viene battezzato dal dottore con nomi che sono molto cari ai burocrati. La <<incapacità di apprendimento>>, o l'<<ipercinesia>> o la <<disfunzione cerebrale minima>> spiega ai genitori perché i loro bambini non imparano, servendo da alibi all’intolleranza o all’incompetenza della scuola; la pressione alta serve da alibi per lo stress che aumenta, la malattie degenerativa per l’organizzazione sociale che produce degenerazione.” [30]

“La morte approvata dalla società è quella che avviene quando l’uomo è diventato inutile non solo come produttore ma anche come consumatore.” [31]

“L’uomo occidentale ha perso il diritto di presiedere all’atto di morire. La salute, cioè il potere di reagire autonomamente, è stata espropriata fino all’ultimo respiro. La morte tecnica ha prevalso sul morire.” [32]

Fig. 2 – Ivan Illich, poliglotta, filosofo, studioso di teologia, storia medievale, scienze naturali, sociologia.  [33] 

Definiamo ora il concetto di salute…

Se il concetto di malattia può essere facilmente ribaltato rispetto all’idea imperante oggigiorno, allora è bene reinterpretare la concezione di salute diffusa soprattutto nel nostro meraviglioso occidente che come abbiamo visto, non è quello del trionfo della scienza degli ultimi 150 anni, piuttosto l’erede dell’ermetismo egiziano (e sicuramente anche orientale) attraverso e per mezzo della filosofia greco-latina giunta fino a noi grazie alla meravigliosa cultura europea fatta di intrecci tra paganesimo, cristianesimo e Islam. Lo stato di salute allora non ha niente a che vedere con il non avere malattie, non è non avere qualcosa da togliere, piuttosto è essere in equilibrio, in armonia totale tra corpo e mente, tra cielo e terra, tra materia e spirito. Un autore citato da Illich, Ralph Audy, in un articolo pubblicato nel 1973 sul <<British Medical Journal>>, definisce la salute “una proprietà continua che può essere potenzialmente misurata in termini di capacità dell’individuo di <<riprendersi dalle sfide ed adattarsi>>. La rapidità ed il successo della ripresa dipendono dal grado di protezione offerta dai <<bozzoli>> abituali dell’individuo e dalla <<salute>> della società in generale.” [35] Per guarire, per ritrovare l’equilibrio, devi cambiare e per cambiare devi capire chi sei ovvero applicare il principio del “conosci te stesso” per rinforzare quei <<bozzoli>>, devi guardarti dentro, sentire il tuo corpo, accettare i limiti e maturare una certa responsabilità sulla tua sfera psico-somatica. Poi, la medicina non fa altro che ciò per cui è nata ed è sempre stata utilizzata: aiutare il processo di guarigione, imitando la natura e avvalendosi del suo aiuto. Per questo Illich effettua, nel libro trattato in questo articolo, un’accurata analisi di come la medicina moderna non faccia molto più di quello che facevano i guaritori dei tempi passati – le nonne e le streghe – e porta molti dati per dimostrare come in realtà l’impiego massiccio di tecnologie e una medicalizzazione spregiudicata allunghino solamente l’agonia ma non migliorino la qualità della vita. Certo la vita si è allungata, ma per il miglioramento delle condizioni igieniche e del regime alimentare. Per avallare le sue argomentazioni porta una mole incredibile di documenti, quasi ogni pagina del volume – circa 300 – contiene almeno un riferimento bibliografico, quindi è presente la citazione di moltissime valide opere. Per quanto riguarda l’aiuto e le potenzialità già meravigliosamente insite nella natura nostra alleata da rispettare e proteggere mi sento di dare un accenno alle peculiarità di una straordinaria sostanza chiamata Vitamina C, ma battezzata acido ascorbico da quando fu collegata al trattamento dello scorbuto, considerato alla stregua di un’epidemia quando i nostri antenati solcavano i mari del pianeta per lungo tempo. Nel 1519 Magellano parte per un giro del mondo con 5 navi e torna tre anni dopo con una sola imbarcazione. I suoi marinai sono stati decimati dallo scorbuto. Nel 1747 un medico di bordo nelle navi della Reale Marina Britannica, certo dott. Lindt, fa un esperimento innovativo per l’epoca ottenendo risultati clamorosi: prende 12 marinai affetti da scorbuto, divide gli uomini in due gruppi da 6, ad uno aggiunge giornalmente alla dieta degli agrumi, all’altro gruppo offre il solito rancio. Dopo alcuni giorni inizia a dare a tutti agrumi poiché la differenza in salute era così netta da fargli considerare inutile la continuazione dell’esperimento. Nonostante ciò, il suo studio fu ignorato e scrisse nella sua opera: “Ci sono delle persone che non vogliono convincersi della possibilità di prevenire e curare una così grave e spesso fatale malattia con rimedi tanto semplici. Maggior fiducia essi certamente avrebbero in qualche astruso medicamento con un nome altisonante come “aureo elisir antiscorbutico” o con qualche altro del genere.” Anche Cook imbarcò regolarmente agrumi per i suoi marinai e nonostante molti viaggi sembra non perse nessuno del suo equipaggio. [36] Non ci sono prove che la vitamina C funziona? “Per rispondere a quest’affermazione, basterebbe citare gli spettacolari risultati ottenuti da Klenner che curò, ad esempio, 60 pazienti di poliomielite. Per la precisione ne curò 60 e ne guarì 60. Stiamo parlando di una malattia per la quale la medicina convenzionale non ha terapie se non di supporto. Uno dei 60 casi era un caso avanzato, con paralisi flaccida, che Klenner guarì comunque con qualche giorno in più di cura.” [37] L’acido ascorbico avrebbe avuto efficacia addirittura contro il morso dei serpenti velenosi e l’intossicazione da funghi. Uno sperimentatore, il dott. Bastien di Remiremont in Francia, per dimostrare l’efficacia di questa sostanza, avrebbe ingerito fino a 70 g di Amanita Phalloides e poi si sarebbe sottoposto ad una terapia a base di acido ascorbico guarendo tranquillamente. Normalmente sono sufficienti circa 20 g per uccidere una persona. [38] “Se tutti potessero leggere i libri di Pauling, Levy, Hickey e Saul [39], immagino che avremo molte meno malattie nel nostro paese. Questo significa che si potrebbe fermare un’epidemia di influenza con la vitamina C? Ho il sospetto che, se le cliniche in tutto il paese potessero rendere noti i fatti riguardanti la vitamina C e dare alcune semplici istruzioni sul suo utilizzo, allora sì, questo si potrebbe realizzare.” [40] Chissà cosa sarebbe successo se il ministro della sanità avesse dato disposizioni di distribuire Acido Ascorbico e vitamina D come non ci fosse un domani in Italia, cosa peraltro prevista dai protocolli “alternativi” di cura al COVID-19 stilati da quei medici “eretici” che in barba ai protocolli, sono stati dai loro pazienti a capire come curare questa nuova malattia. [41] Il dottor Klenner poi “per primo ha insegnato che, mentre si cerca di capire la reale causa della malattia, nel frattempo vale comunque la pena di cominciare ad assumere vitamina C.” [42] “Un caso eclatante che di recente ha avuto copertura mediatica planetaria (il libro da cui è tratta questa citazione è del 2013, n.d.r.) è quello che riguarda Allan Smith, agricoltore neozelandese. Nel 2010 venne colpito dall’influenza suina, le sue condizioni si aggravarono ed a un certo punto vennero sospese tutte le cure perché i medici ritennero che non vi fosse più niente da fare, nessuna speranza. Tra i parenti c’era un avvocato che ingiunse ai medici di applicare una cura medica legalmente riconosciuta in Nuova Zelanda: l’infusione di vitamina C. A seguito di ciò Allan si riprese e oggi può raccontare la tormentata storia della sua guarigione” [43]

Parlando invece dell’affermazione precedente secondo cui l’impiego di tecnologie e medicalizzazione sistematica non avrebbero incrementato la salute, è significativa, a nostro parere, questa citazione: “nel 1994 negli ospedali americani sono decedute 106.000 persone per le sole reazioni avverse ai medicinali somministrati. L’articolo, apparso sul Journal of the American Medical Association, dice inoltre che tale dato si è mantenuto stabile negli ultimi trent’anni. Uno studio più recente (Health Grades) delle cartelle ospedaliere di 37 milioni di pazienti americani ha riscontrato che una media di 195.000 persone sono morte negli Stati Uniti in ciascuno degli anni 2000, 2001 e 2002 per gli errori medici, potenzialmente prevedibili, verificatesi in ospedale. Ma non è solo una questione americana. In Israele nel 1973, i medici ridussero i loro contatti giornalieri con i pazienti da 65.000 a 7000 a causa di uno sciopero che durò un mese. Secondo la società di Onoranze Funebri di Gerusalemme, il tasso di mortalità degli israeliani calò un quel mese del 50%. Per trovare un calo paragonabile si dovette andare a vent’anni prima, in coincidenza di un altro sciopero.” [44] “Ancora non ci si rende conto che la nemesi è la materializzazione di una risposta sociale ad una ideologia profondamente errata; non si comprende ancora che è un’illusione delirante alimentata dalla struttura rituale, non-tecnica, delle nostre grandi istituzioni industriali.” [45] 

Conclusione

La verità è che, come dice Erich Fromm nell’immenso, meraviglioso saggio dal titolo “Avere o essere?”, l’atteggiamento, la mentalità è deviata rispetto al problema. Infatti, come per l’idea di malattia vista in qualità di qualcosa che arriva da “fuori” noi stessi, qualcosa di estraneo, qualcosa che si aggiunge a noi, anziché manifestarsi come uno stato alterato del nostro essere originato da “dentro”, abbiamo addirittura cambiato modo di parlare, di esprimerci, non siamo dei padri; ma abbiamo figli, vantiamo da meri egoisti la proprietà sulla nostra prole ben lungi da essere nostra, mente invece non riflettiamo sulla esperienza di genitori. Abbiamo una casa, una macchina, un conto in banca, una moglie, una famiglia, invece di essere dei mariti, degli artigiani, degli artisti etc. In altre parole dedichiamo molto tempo ad accumulare esternamente oggetti di cui vantiamo il possesso, ma siamo vuoti dentro, impegnandoci poco nel costruire una nostra cultura, una nostra pienezza intellettuale, una nostra interiorità e un nostro equilibrio psico-somatico. Questi attributi si modellano arricchendosi spiritualmente con la pratica di attività artistiche, con l’attitudine al cambiamento, con la volontà di sottoporsi a nuove esperienze. Sicché oggi è normale sentire dire: ho preso la depressione piuttosto che ammettere di manifestare qualche volta delle debolezze, di essere diversi dall’uomo che la società o il tuo ego vorrebbero che fossi, essere abbastanza umili da accettare di gettare le inutili maschere, di essere sé stessi. Ancora Illich esprime bene questo concetto affermando come in tutti i sistemi industriali si arriva alla controproduttività. “Si verifica ogni volta che, paradossalmente, l’uso di una istituzione toglie alla società quelle cose che l’istituzione era destinata a fornire.” Fa l’esempio significativo di come, in una società iper industrializzata, si sia passati da una nutrizione insufficiente ad una supernutrizione distruttiva. “In una società così intensamente industrializzata, la gente è condizionata a ricevere le cose anziché farle; è educata ad apprezzare ciò che si può comprare e non ciò che essa stessa può creare. Vuol essere istruita, trasportata, curata, guidata, anziché apprendere, muoversi, guarire, trovare la propria strada.” [46] Ecco perché allora si deve tornare alla medicina casalinga, al medico che si avvale anche e soprattutto dell’intuito anziché dei protocolli; che viene in casa, ti capisce, che certamente calma il sintomo, ma vuole curarne l’origine, che conosce l’ambiente in cui vivi, e tiene conto dei sottili equilibri del contesto in cui opera; in questo senso la medicina non può essere una scienza, è un’arte.

“Questa idolatria della scienza trascura il fatto che la ricerca condotta come se la medicina fossa una scienza qualunque, la diagnosi fatta come se i pazienti fossero <<casi>> e non persone autonome, e la terapia applicata da ingegneri della sanità, sono proprio i tre approcci che confluiscono a determinare l’attuale endemica negazione della salute. Come scienza, la medicina si trova su una linea di confine. Il metodo scientifico contempla esperimenti eseguiti su modelli. La medicina, invece, fa i suoi esperimenti non su dei modelli ma su pazienti medesimi. Ma sul vissuto significativo della guarigione, della sofferenza e della morte, la medicina non ci dice più di quanto l’analisi chimica ci dica riguardo al valore estetico di una ceramica. Inseguendo l’ideale della scienza applicata, la professione medica ha in gran parte cessato di perseguire gli obiettivi propri di un sodalizio artigiano che mette a frutto la tradizione, l’esperienza pratica, la dottrina e l’intuito, e ha finito per svolgere un ruolo che una volta era riservato al clero, usando i principî scientifici a mo’ di teologia e i tecnici a mo’ di accoliti.” [47] 

Non è che abbiamo perso la fede: l’abbiamo semplicemente trasferita da Dio alla professione medica.

George Bernard Shaw [48]

[1] "Ammalarsi fa bene. La malattia a difesa della salute." - Giorgio Abraham, Claudia Peregrini - Ⓒ Giacomo Feltrinelli Editore Milano - Prima edizione nei "Saggi" ottobre 1989 - ISBN 88-07-08080-X - Pag. 168
[2] “Storia della Medicina” - Copyright, Ⓒ, 1964 by Fratelli Fabbri Editori - Milano - Vol. I, Pag. 10
[3] Ibidem, vedi anche https://www.assocarenews.it/primo-piano/storia-della-medicina/papiro-ebers-manuale-di-medicina-dellantico-egitto e https://it.wikipedia.org/wiki/Papiro_Edwin_Smith
[4] Ibidem - Pag. 19
[5] Ibidem - Pag. 22
[6] Ibidem - Pag. 46
[7] https://www.riza.it/chi-siamo.html
[8] http://www.assembleepopolarinazionali.it/x/index.php?option=com_content&view=article&id=12&Itemid=234
[9] "Per un'ecologia della medicina. La visione unitaria dell'uomo e del rapporto salute-malattia." - Ivano Spano - Ⓒ 1990 Edizioni Angelo Guerini e Associati A.r.l. via A. Sciesa 7, 20135 Milano - Prima Edizione Giugno 1990 - Pag. 13-15
[10] Ibidem - Pag. 16-17
[11] Ibidem - Pag. 25
[12] Ibidem - Pag. 22-23
[13] Ibidem - Pag. 26
[14] https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CE%BF%CE%B9%CE%B4%CE%B1
[15] "Iside Svelata. Chiave dei misteri della scienza e della teologia antiche e moderne." - Helena Petrovna Blavatsky - Titolo originale: "Isis Unveiled" traduzione di Mario Monti - Copyright © 1984 Armenia Editore Viale Cà Granda, 2 - Milano - Pag. 376
[16] Ibidem - Pag. 13-15
[17] Ibidem - Pag. 29
[18] "Nemesi Medica. L'espropriazione della salute." - Ivan Illich - Arnoldo Mondadori Editore - © Ivan Illich 1976- © Arnoldo Mondadori Editore 1977 per la versione italiana - Titolo dell'edizione originale: "Limite ti medicine - Medical Nemesis: the expropriation of health" pubblicata per la prima volta da Marion Boyars Publisher Ltd, London - Traduzione italiana di Donato Barbone, I edizione gennaio 1977
[19]  https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Battista_Morgagni
[20] Ibidem - Pag. 182
[21] Ibidem - Pag. 48
[22] https://treccani.it/enciclopedia/nemesi_(Enciclopedia-Italiana)/
[23] "Nemesi Medica. L'espropriazione della salute." - Ivan Illich - Arnoldo Mondadori Editore - © Ivan Illich 1976- © Arnoldo Mondadori Editore 1977 per la versione italiana - Titolo dell'edizione originale: "Limite ti medicine - Medical Nemesis: the expropriation of health" pubblicata per la prima volta da Marion Boyars Publisher Ltd, London - Traduzione italiana di Donato Barbone, I edizione gennaio 1977 - Pag. 111 (Nota 195)
[24] Ibidem - Pag. 107 (Nota 181 citazione da "Triumph of the therapeutics: uses of faith after Freud" di Philip Rieff. Questo autore sostiene fra l'altro che sostiene che l'ospedale ha preso il posto della chiesa e del parlamento come istituzione archetipica della cultura occidentale)
[25] Ibidem - Pag. 132-133
[26] Ibidem - Pag. 133 (Nota 257 da “La maggioranza deviante. L’ideologia del controllo sociale totale.” di Franco e Franca Basaglia, Einaudi Torino, 1971.
[27] Ibidem - Pag. 134
[28] Ibidem - Pag. 152
[29] Ibidem - Pag. 180-182
[30] Ibidem - Pag. 183 Illich propone anche  una descolarizzazione della società in quanto ritiene l'istituzione scolastica ormai funzionale ad una società dalle abitudini capitalistiche e industriali, dove, in questo senso, formerebbe il consumatore dipendente anziché il prototipo di individuo perfettamente autonomo e in grado di pensare liberamente. In questi termini fa un elogio dell’autodidatta, cosa che, lasciatemelo dire, anche se appaga chi scrive, non lo vede del tutto d’accordo. La scuola da me immaginata è uno strumento che insegna ad imparare, risparmiando dell'autodidatta puramente fai da te, anni di tentativi e fallimenti, questi ultimi poi non ammissibili se si dovesse trattare particolarmente di salute.
[31] Ibidem - Pag. 222
[32] Ibidem - Pag. 223
[33] https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=3020&biografia=Ivan+Illich
[34] "Curare la candida con terapie naturali. La più diffusa infezione da fungo: sintomi, diagnosi e cure." - Vincenzo Valesi - l edizione aprile 2014, 2ª ristampa marzo 2016 - Collana "I Macro Tascabili del Benessere" a cura di Valerio Pignatta - © 2014 Macro Edizioni un marchio del Gruppo Macro Via Giardino, 30 - 47522 Cesena (FC) - ISBN 9788828505778 - www.gruppomacro.com  - Pag. 13-14
[35] "Nemesi Medica. L'espropriazione della salute." - Ivan Illich - Arnoldo Mondadori Editore - © Ivan Illich 1976- © Arnoldo Mondadori Editore 1977 per la versione italiana - Titolo dell'edizione originale: "Limite ti medicine - Medical Nemesis: the expropriation of health" pubblicata per la prima volta da Marion Boyars Publisher Ltd, London - Traduzione italiana di Donato Barbone, I edizione gennaio 1977 - Pag. 251 (Nota 48)
[36] "Guarire con la vitamina C. Malattie curate, effetti benefici, tipologie e modalità di assunzione. - Stefano Pravato - I edizione settembre 2013, II edizione marzo 2020 - Collana "I Macro Tascabili del Benessere" a cura di Valerio Pignatta - © 2013, 2020 Macro un marchio del Gruppo Macro Via Giardino, 30 - 47522 Cesena (FC) - ISBN 9788828505778 - www.gruppomacro.com - Pag. 70-72
[37] Ibidem - Pag. 46
[38] Ibidem - Pag. 47
[39] Sono medici che hanno studiato la vitamina C
[40] "Guarire con la vitamina C. Malattie curate, effetti benefici, tipologie e modalità di assunzione. - Stefano Pravato - I edizione settembre 2013, II edizione marzo 2020 - Collana "I Macro Tascabili del Benessere" a cura di Valerio Pignatta - © 2013, 2020 Macro un marchio del Gruppo Macro Via Giardino, 30 - 47522 Cesena (FC) - ISBN 9788828505778 - www.gruppomacro.com - Pag. 20
[41] https://ippocrateorg.org/2020/11/26/come-si-affronta-il-covid-19/
[42] "Guarire con la vitamina C. Malattie curate, effetti benefici, tipologie e modalità di assunzione. - Stefano Pravato - I edizione settembre 2013, II edizione marzo 2020 - Collana "I Macro Tascabili del Benessere" a cura di Valerio Pignatta - © 2013, 2020 Macro un marchio del Gruppo Macro Via Giardino, 30 - 47522 Cesena (FC) - ISBN 9788828505778 - www.gruppomacro.com
[43] Ibidem - Pag. 46
[44] Ibidem - Pag. 50-51

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